Vita

don Milani

Posted in Gesù Cristo, new by raffack on 27 luglio 2010

Don Lorenzo Milani propose a Maurice Cloche, il regista di Monsieur Vincent,  di girare una Vita di Gesù. Il regista gli chiese la sceneggiatura e questa è parte della risposta di don Milani.

San Donato a Calenzano, 15.2.1952

Caro signor Cloche,

la sua lettera mi ha molto rallegrato. Quasi non speravo in una risposta. Temo tuttavia di essermi espresso male. Non avevo alcuna intenzione di scrivere un film. Io le suggerivo di scriverlo lei stesso oppure di incaricare qualcuno che ne sia capace.

La mia preparazione è esclusivamente ecclesiastica (rurale!) e non ho la più elementare nozione d’arte o di cinema. Tutto quello che potrei fare è di studiare uno schema generale dal punto di vista catechistico e dell’apostolato.

Per commentare il Vangelo non c’è poesia più alta che la scrupolosa ricerca scientifica del vero significato di ogni parola e atto del Signore. La scienza in altri casi così fredda è qui calore di vita, la sola capace di rianimare pagine morte, scritte in lingue morte, vissute in un mondo geograficamente storicamente e spiritualmente lontano. Guardi la crocifissione: i quattro evangelisti ci dedicano un mezzo versetto appena. Non una parola d’indignazione, d’amore, di pietà, di fede. E ciò nonostante, è la loro fredda cronaca che da duemila anni incendia il mondo.

Ed ecco alcune idee provvisorie.
Affinché la vita di Gesù non sembri un seguito di episodi staccati – Gesù non ha dato il suo insegnamento tutto d’un colpo, ma ha giorno per giorno studiato i suoi ascoltatori e dosato le sue parole sulla loro capacità progressiva di riceverlo – occorre rendere questa lotta quotidiana – contro l’indifferenza, il dubbio, l’incomprensione, la durezza di cuore e di testa dei suoi ascoltatori – il filo conduttore della sua vita. Basta mettere gli spettatori nei panni di Gesù e far loro vedere le reazioni sui volti degli ebrei (folla, farisei, apostoli, Giuda ecc.). Entreranno così nel centro stesso dell’anima di Cristo. Vivranno con Lui ansie, gioie, dolori… E sarà la più profonda conoscenza di Lui che essi potranno avere.

Le do alcuni esempi:
Al principio Gesù non giudicò di poter predicare diversamente dal Battista. Poi salì uno scalino col discorso della montagna. Durante questo tempo ha nominato il Regno. Dovette presto constatare che era stato frainteso. La parola aveva troppo infiammato le speranze temporali dei giovani. Allora Gesù dovette diminuire il loro entusiasmo precisando che cosa il Regno era nella sua intenzione (giornata delle parabole del Regno).

Ma, ciò nonostante, l’entusiasmo delle folle crebbe ancora. È sul punto di concretizzarsi nell’elezione di Gesù re. Allora Gesù fu forzato a dare il primo colpo dogmatico col discorso del pane di vita. L’entusiasmo delle folle  si spezza di colpo.

L’apostolato in Galilea è finito.

Possiamo misurare il dolore del Signore sui visi indecisi dei dodici restati. Non gli resta che un anno di vita. Decide di concentrare tutti i suoi sforzi sulla formazione dei dodici che dovranno dopo la sua morte riprendere l’opera interrotta (spedizioni all’estero). Anche con loro la pedagogia di Gesù è pazientemente progressiva. Un colpo alla botte, un colpo al cerchio: a Banias li ubriaca d’entusiasmo descrivendo loro la potenza della Chiesa e immediatamente dopo li immerge nella delusione dolorosa della profezia della Passione.

L’ultimo capitolo è l’apostolato in Giudea.

Anche là il grande scandalo durante la Festa della Consacrazione, Gv 10.22. (Nel mio catechismo ne fo un episodio centrale. Raggiungo questo fine conducendo i ragazzi a cogliere l’enormità della bestemmia di Gesù come se fossero dei farisei. Se si drammatizza bene il tentativo di lapidazione e la conseguente fuga in Perea, l’importanza della dichiarazione dogmatica si imprime nella memoria in modo incancellabile).

Gli apostoli non dimenticheranno così presto la paura che ebbero quella sera. Non vivono a loro agio che lontano da Gerusalemme.  Non vorrebbero correre rischi nemmeno quando si tratta di salvare l’amico Lazzaro.

Qualche settimana dopo si incammina per l’ultima volta verso Gerusalemme. Gli apostoli sono combattuti tra la paura e il coraggio (Mc 10.32). Ma via via che constatano il crescente entusiasmo popolare (causato dalla resurrezione di Lazzaro, Giov 12.18) la paura fa posto a una euforia infantile. A Gerico la folla è così grande che Zaccheo deve arrampicarsi su un albero, il cieco grida la sua fede messianica.

L’entusiasmo degli apostoli è tale che non si accorgono del dramma interno del loro Maestro. È una donna la sola che capisce che il festeggiato va alla morte (Giov 12.1).

L’entusiasmo delle Palme si spenge nel recinto del Tempio, fortezza degli avversari. Solamente i ragazzi non avendo questa malizia continuano l’osanna. Nel silenzio prudente della folla il grano di frumento (Giov 12.24) dovrebbe strappare le lacrime.

Il resto della Settimana Santa procede più o meno come ognuno sa, ma il film potrebbe attardarsi a studiare la genesi psicologica del crucifige: il buono preso alla sprovvista, l’indifferente trascinato, il cattivo che si sforza di dimostrare a se stesso che ha ragione. Quando vedremo sul Calvario deserto l’ombra della Croce, l’indifferenza dei passanti sarà più tragica che mai perché dal momento che Egli è morto hanno la prova materiale che non era il Cristo.

È strano, ma oggi è più facile che si creda Gesù Dio che Gesù uomo. Il film dovrà far capire a fondo che cosa significa in concreto: la Parola si è fatta carne.

Immagini di Palestina daranno un’idea più precisa che molte parole. Andare a fotografare dal vero la fame che tormenta oggi la Palestina ci darà il più giusto sfondo alla vita del Signore. Un popolo di schiavi, folle senza pane, bambini rachitici, ecco il mondo che Gesù ha abbracciato.

Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro,  come loro ha lottato per un mondo migliore.

Tocca a lei decidere se sarà meglio fare tutto il film in prima persona (Gesù nell’obbiettivo) o se si potranno fare delle eccezioni. Nel secondo caso suggerisco le scene seguenti.


Gesù ragazzo a scuola: dieci o venti ragazzi sono seduti per terra. Lo spettatore sa che uno di loro è Lui, ma non sa quale.

La stessa scena sul Giordano: il Battista punta il dito verso la folla: «Ecce agnus Dei… ». Tutti gli occhi si girano da questa parte per vedere il Cristo, il Re tanto atteso. Infine anche l’obbiettivo inquadra quel punto: nove o dieci visi di giovani pellegrini sorpresi. Quale sarà Lui? Non si sa, uno qualunque di loro, non ha importanza, ciò che ci interessa è che nel gruppo indicato dal Battista non si vede nulla di speciale. Gesù è là, ma è talmente uomo che non si può riconoscerlo fra gli altri.

Stessa scena all’arresto: l‘obbiettivo inquadra i dodici visi. Se Giuda non avesse promesso di indicare Gesù non si sarebbe potuto riconoscerlo, ma quando Giuda si muove l’obbiettivo è già su di lui, scava nei suoi occhi (Gesù è di nuovo soggetto che soffre cercando invano sul viso del suo infelice amico un segno di ravvedimento ).

Queste tre scene o altre di questo genere potrebbero impedire che il film dia l’impressione che Gesù abbia una carne diversa da quella degli altri personaggi.

Al contrario si potrebbe forse presentare in scena Maria. Qualche episodio della sua vita di orfanella a Nazareth potrebbe introdurci nell’ambiente ebraico l’attesa del Cristo, la religiosità profonda che pervade tutta la vita di questo piccolo popolo d’altra parte così infelice, forse volgare, primitivo, urtante, brutale per un’anima come Maria.

Ma nello stesso tempo la tristezza dei peccatori senza speranza di perdono, dei paralitici senza speranza di paradiso, qualche invocazione o forse imprecazione al Cristo che non viene, faranno capire allo spettatore quanto l’ora fosse matura, urgente la necessità della Sua venuta (legga per es. l’Ecclesiaste!!!).

A proposito, sarebbe bene conoscere uno di quegli infelici fin dall’infanzia. Seguire in lui la nascita della fede. Affinché quando il miracolo spunterà non sia un episodio qualunque staccato dal contesto, ma qualcosa di vivo (di nostro), d’atteso, quasi di necessario.

Si potrebbe anche studiare la possibilità di inserire (molto discretamente e di rado) la nostra preghiera nel racconto. È un ardimento usato qualche rara volta anche dal padre Lagrange (e da qualche pittore del Rinascimento e nel Passio di Bach, se non mi sbaglio).

Conosce la rivista «Fetes et saisons»? Ci si vede alle volte delle foto della Palestina (numeri. 58, 50, 37 ecc.). Le cerchi, ne vale la pena. E un film sarebbe tanto di più che una foto!

Se al contrario non fosse possibile fare il film in Palestina si potrebbe tentare un fìlm tutto differente: abiti moderni, visi europei. L’esattezza scientifica solamente nello studio psicologico.

Spero che lei abbia avuto la pazienza di leggere questa lunga lettera. Ripeto che nulla di quanto ci ha trovato deve essere preso per definitivo o sufficientemente meditato. Ho scritto in fretta, il mio solo scopo era di incitarla a fare veramente il film. Lei potrebbe fare tanto bene!

Riprendo il mio catechismo; se crede di potere in futuro servirsi della mia collaborazione ne sarò felice. Se al contrario preferirà servirsi di altri preti, lo faccia senza riguardi. Queste poche idee appartengono a lei, ne può fare quello che vuole.

Con affetto suo,

Lorenzo Milani

Lorenzo Milani, L’idea di una sceneggiatura

Tagged with: ,

Commenti disabilitati su don Milani

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: